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Non c’è opportunità nell’emigrazione

Sempre più spesso leggo commenti utopici e fantastici su come “trasformare l’emigrazione in una risorsa” per la Calabria. È un mantra fortemente ripreso sin dall’elezione del governatore Occhiuto, che spesso ha ribadito la necessità di “cambiare narrazione” per non raccontare solo i problemi della nostra terra, ma anche i suoi pregi e le sue bellezze. Una narrazione giusta e sicuramente funzionale a scopi di marketing territoriale (più utili ad intercettare fondi che persone), che però non può essere usata per nascondere tutto il resto.

Alimentare l’idea di una terra migliore di quanto sembri è sbagliato, non per mancanza di amor proprio ma per la mistificazione che si compie di una realtà complessa e difficile. Finisce così che c’è chi arriva ad affermare che “il dato sullo spopolamento giovanile in Calabria, e in particolare a Crotone, è allarmante, ma racconta solo una parte della storia. I numeri registrano le partenze, ma non dicono nulla sui ritorni, sulle connessioni che resistono e sulle radici che continuano a nutrire il territorio, anche a distanza” alimentando così un simpatico dibattito sul sesso degli angeli.

Vale infatti la pena ricordare che l’Istat registra non solo i numeri di chi parte, ma anche quelli di chi torna. È una cosa chiamata saldo demografico, e c’è un portale apposito aggiornato mensilmente anche con i dati migratori. Ed evidenzia, sin dall’inizio del nuovo millennio, una perenne diminuzione della popolazione residente. Tradotto: sono più quelli che se ne vanno che quelli che tornano.

È sicuramente affascinante il discorso delle “connessioni che resistono” e delle “radici che continuano a nutrire il territorio”, ma è falso. Almeno in parte. Le connessioni resistono, l’attaccamento alla propria terra rimane, ma tutto ciò è subordinato alla necessità di emigrare dato che per molti, questa terra, non permette di mettere radici. Altrimenti uno ci rimarrebbe, in Calabria.

Ed immaginate cosa succederebbe, in Calabria, se tutti quelli che risiedono fuori decidessero – di punto in bianco – di tornare. Sarebbe una strage. Non c’è possibilità di assorbire, lavorativamente parlando, i quasi 200 mila emigrati calabresi che hanno lasciato questo angolo di mondo negli ultimi anni, ed un aumento della cosiddetta manodopera a basso costo (in cui rientro a pieno titolo, per carità) porterebbe ad un ulteriore impoverimento dei salari, già più bassi a livello nazionale.

Non è dunque un mistero, se anche la popolazione straniera preferisce andarsene da qui. D’altra parte, la Calabria sconta un passato fatto di emigrazioni costanti e ripopolazioni forzate. Solo in periodo romano se ne fecero almeno tre, e così si proseguì fino alle ultime “diaspore” albanofone del ‘600 e ‘700. I paesi spopolati, abbandonati o decimati dalle malattie venivano nuovamente “riempiti” dai possidenti che necessitavano di manodopera per i campi, per gli animali e per i mestieri.

Cos’è cambiato da allora? Nulla. Solo una narrazione campata in aria che cerca di addolcire una realtà dura e ruvida.

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