Poco fa è arrivata una importante sentenza della Corte Costituzionale, che di fatto ha ritenuto illegittimo il tetto massimo di sei mensilità di risarcimento in caso di licenziamento illegittimo. Se ricordate, era uno dei questiti referendari che si voleva abrogare lo scorso giugno, senza però esito in quanto non si raggiunse il quorum. Ebbene, dove non è arrivato (purtroppo) il voto popolare, c’è arrivata (un po’ in ritardo) la consulta.
Il parere espresso è chiaro ed in linea da quanto sostenuto da tempo non solo dai sindacati, ma anche da diversi partiti ed esponenti politici: il tetto massimo “non consente al giudice di rispettare i criteri di personalizzazione, adeguatezza e congruità del risarcimento del danno sofferto dal lavoratore illegittimamente licenziato” e sopratutto non permette di “assicurare la funzione deterrente della stessa indennità nei confronti del datore di lavoro“.
In buona sostanza, ogni caso necessita di un giudizio a se stante, ed il tetto massimo di sei mensilità come risarcimento è stato ritenuto non illegittimo, ma incostituzionale. La notizia è fresca al momento in cui scrivo, e ci vorrà almeno stasera per ascoltare qualche parare politico in merito. Nel frattempo, la prima nota critica arriva da Unimpresa, secondo la quale si “corre il rischio di produrre gravi conseguenze sull’equilibrio e sulla tenuta economica e occupazionale del sistema produttivo italiano“.
Unimpresa glìssa dolcemente sul fatto che si parla di licenziamenti illegittimi, e non di ogni singolo licenziamento che ogni giorno avviene in Italia. Farebbe dunque meglio, anzichè agitare lo spauracchio economico (oramai valido per tutto), a monitorare il fenomeno tra i suoi associati, e cercare di ridurlo.
Non dimentichiamo che quando viene riconosciuto un licenziamento illegittimo, e quindi avallato da cause false o strumentali, la parte in colpa è proprio l’azienda. Azienda che anzichè licenziare in tronco (spesso con tanto di lettere d’avvocato) dovrebbe puntare sulla mediazione e sulla conciliazione, prima di mandare a casa chi lavora per lei. Altrimenti, è giusto che paghi il dovuto e non una tantum.
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