Per due giorni non ho acceso il computer, e questa mattina sono stato sommerso dalle notifiche su quella che chiamano “intesa” sui dazi con gli Stati Uniti. Il termine più corretto sarebbe patteggiamento, come giustamente notato da molti vista la natura unilaterale dell’imposizione, che fanno definitivamente crollare il mito del libero mercato e della globalizzazione. Il tutto accade, curiosamente, in occasione dell’anniversario dei fatti di Genova, in occasione del G8…
Ma oggi che sono gli Stati Uniti a minare il famigerato free trade, va bene così. Ieri, tra sorrisi e strette di mano, pare si sia raggiunto un accordo sui dazi al 15%: le merci europee (sulle quali gravavano tariffe al 4/5%, anche meno in alcuni casi) saranno così sottoposte a tasse triplicate, con conseguenze tutte da vedere. C’è chi è ottimista, che dice che poteva andare peggio, e chi paventa la fine del mondo. Ma forse il punto è un altro.
Forse il punto è che, come vassalli impauriti, non siamo riusciti ad alzare la voce contro il nuovo tiranno. In fondo, l’idea è quella di sopravvivere tranquilli, in pace: appena qualche giorno fa si minacciava (a parole) che il commercio globale era altrove. Oggi quel commercio globale ce lo siamo già dimenticati.
In buona sostanza, stiamo pagando una parte del debito americano, quello del Big Beautiful Bill da 3 mila miliardi di dollari finanziato in parte con i tagli in-house e dall’altra con i dazi. Dazi che in futuro ci danneggeranno mentre noi non otterremo nulla avendo rinunciato alle tassazioni più importanti, come quelle sui colossi del web. Abbiamo portato, in buona sostanza, un foglio bianco già firmato.
In questo modo, rimarremo sempre in difetto, e saremo sempre sottomessi alle angherie d’oltre oceano. Oggi non riusciamo a regolamentare le multinazionali informatiche, le piattaforme social, ed ogni giorno che passa ne siamo sempre più dipendenti. Difficilmente questa situazione potrà essere invertita nei prossimi anni, e forse questo 15% sarà il male minore. Almeno per ora.
Perchè quella portata avanti dagli Stati Uniti è una politica economica che dovremmo conoscere bene, dato che si chiama protezionismo. Gli states sono stati, storicamente, tra i principali sostenitori di questa teoria, che Engels paragonava ad una vite senza fine che non smette mai di girare. Ed oggi, nel 2025, sappiamo che il protezionismo è dannoso nel lungo periodo.
Che sia davvero tutto parte di una tattica predatoria che punta a monetizzare quanto più possibile nel breve periodo? Non è da escludere. E noi ci siamo beatamente prostrati pur di non andare allo scontro.
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