In un paese che non riesce a definire uno stipendio minimo, siamo certi di una cosa: non è legittimo definire un tetto massimo agli stipendi. Parola della Corte Costituzionale, che ieri ha fatto saltare il tetto massimo degli stipendi pubblici, fissato a 240 mila euro lordi l’anno.
Se ricordate, la norma è da tempo oggetto di critiche da parte di quei top-manager assunti in aziende pubbliche, che però lamentano gli stipendi troppo bassi rispetto alla controparte privata. Per questi soggetti, tale circostanza è un disincentivo e dunque un problema, che andrebbe rimosso.
A quanto si apprende, la Corte non ha comunque abolito il tetto massimo, bensì lo ha innalzato. Nel dettaglio, chiede di paragonare questo limite massimo alla retribuzione spettante al primo presidente di Cassazione, ossia 360 mila euro lordi l’anno. In soldoni (è proprio il caso di dirlo), quesi pochi fortunati si portano a casa 120 mila euro in più all’anno, indipendentemente da come lavorano dato che è uno stipendio statale.
E tutti gli altri dipendenti pubblici, che non si vedono garantito nè riconosciuto alcun aumento ad esclusione di qualche bonus? E tutti i rinnovi dei contratti mancanti, procrastinati all’infinito in attesa di “tempi migliori”? E volendo dirla proprio tutta, e tutti gli altri lavoratori che ancora oggi si vedono proporre contratti di lavoro da 4/5 euro all’ora? Tutto ciò evidentemente è legale, e non viòla la nostra Costituzione.
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