Oggi abbiamo appreso dalla stampa nazionale che il centro sociale del Leoncavallo, a Milano, è stato sgomberato a sorpresa e senza alcun preavviso. Il prossimo incontro con un ufficiale giudiziario si sarebbe dovuto tenere il prossimo 9 settembre, ma evidentemente al Ministero dell’Interno avevano fretta: centinaia di agenti sono arrivati sul posto di prima mattina, facendo uscire i pochi occupanti all’interno e presidiando gli accessi. Finisce così un’era.
E finisce non tanto perchè si tratta del primo sgombero (il centro ha cambiato sede in diverse occasioni, dal 1975 ad oggi), finisce perchè si punta alla “regolarizzazione” dello stesso. Un centro sociale non più occupato, ma affittato, o in affido, tramite bando a evidenza pubblica. Questa almeno l’idea balenata al Comune di Milano, che avrebbe già individuato un’altra area per il centro e che non sarebbe stato avvertito dell’operazione.
Capite bene che avere uno stabile in gestione è ben diverso che occuparlo. Difficilmente un’associazione può far fronte alle grandi spese necessarie – in questo caso, circa 300 mila euro – per risanare uno stabile comunale in stato di abbandono al solo fine di poterlo gestire. Si tratta dunque, a tutti gli effetti, di un colpo di gaccia alla base del movimento antifascista, o almeno di uno dei suoi più noti punti di riferimento in Italia.
Il Leonka è uno spazio dove si passa almeno una volta nella vita, come l’Officina 99. Pur distante (geograficamente e culturalmente) dagli esempi che abbiamo al sud, è stato un punto di riferimento per intere generazioni, ed oggi viene semplicemente cancellato. E dimostra un fatto inequivocabile: sgomberare si può. Certo che si può. Eccome se si può!
Ma si può solo ed apparentemente verso alcune categorie di persone. Ad oggi, Casapound continua ad occupare abusivamente un palazzo nel centro di Roma, ma li la Polizia non ci va. E non ci andrà mai, quantomeno fino alla fine di questa legislatura. Un buon esempio di “giustizia” da parte di chi ci governa.
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