In queste ore si sta molto parlando della mancata partecipazione di due attori al festival del cinema di Venezia, per via delle loro posizioni “a sostegno” di Israele. Lo hanno scelto loro, nessuno glielo ha imposto, anche se è nata una verbosa discussione sul fatto che ci si trovi di fronte ad una sorta di censura. Parere condivisibile, che però, in questi casi, vale per entrambe le parti. Al festival del cinema, infatti, non si parlerà di guerra, qualunque essa sia. Sarà sostanzialmente vietato fare appelli, e la base del ragionamento risiede nel fatto che un luogo di cultura non può, per sua natura, prendere posizione.
Nonostante le numerose sottoscrizioni all’Artist 4 Palestine, ed i numerosi appelli del Venice 4 Palestine, sarà vietato parlare del genocidio in corso. Tutt’al più tra qualche anno ci ricameremo un bel film su cui ricucire incassi e dividendi struggendoci per non aver fatto nulla: ma non è il momento. Adesso è il momento di non inimicarci nessuno, di non fare troppo rumore. Gli appelli all’ascolto reciproco si sprecano, un po’ come accadde a seguito dell’invasione dell’Ucraina: anche in quel caso, non ci fu alcuna presa di posizione.
Il problema, semmai, è che a distanza di anni questa mancata presa di posizione inizia a pesare, a risultare stucchevole, incredibilmente al di fuori della realtà. Certo, non tocca alla fondazione che gestisce l’evento prendere posizione. Ma è quanto mai indicativo che, nonostante quasi un migliaio di attori chieda di fare un appello per Gaza, questo venga negato. Anche questa, in fin dei conti, è censura.
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