Leggo le prime notizie del giorno, che si aprono con l’annuncio di una nuova offensiva su Gaza. Un genocidio che continuiamo a guardare inermi, e non c’è da sorprendersi più di tanto: c’abbiamo messo vent’anni per “condannare” e riconoscere Srebrenica, chissà quanto ci vorrà in questo caso. Anche perchè nel mentre si continua – impunemente – ad impedire militarmente ogni aiuto con tanto di attacchi in acque a noi vicinissime, passati però sotto silenzio.
Sempre notizia di oggi che nelle scuole italiane gira una circolare che vieta di parlare di Gaza, così come è stato vietato farlo alla mostra del cinema di Venezia ed in tanti altri appuntamenti nazionali ed internazionali. Chiaro oramai il fatto che in questo caso stiamo dalla parte dell’aggressore, anche se cerchiamo, goffamente, di dimostrare il contrario.
Se da una parte promettiamo “pace” a parole, dall’altra promettiamo armi. Continua anche l’inutile massacro ucraino, narrato questa volta come “eroica resistenza” combattuta, anche lei, a suon di promesse. L’Ucraina nella Nato è stata un’illusione sin dal principio, ma forse più di qualcuno c’ha sperato. E di fatti di questo conflitto ne dobbiamo parlare, essendo diventato argomento quotidiano persino della politica nazionale.
Nel mentre, i leader di un po’ tutti i governi di mezzo mondo minacciano spasmodicamente querele ed azioni legali contro chi li contesta. Lo ha fatto – di nuovo – anche la Meloni, che in passato non si è mai limitata dal lanciare accuse a destra e a manca, pratica divenuta, evidentemente, sgradita. Il grande bersaglio sembra essere il dissenso, preso di mira sotto ogni sua forma, compresa quella della contestazione, avversata sempre più aggressivamente.
A chiudere lo scenario, la rimozione del nuovo murales di Bansky, che raffigura un giudice che picchia un manifestante. È la prima volta che un’opera dello street artist viene rimossa – anzi, censurata – ed è abbastanza chiaro anche il motivo: rappresenta plasticamente la nostra realtà, con la legge che punisce chi protesta. L’obiettivo di fondo è quello di reprimere, su tutti i fronti.
Sono tanti campanelli d’allarme che dovrebbero suonare all’unisono, anche se paiono fatti scollegati tra di loro. Sono esempi di una regimentazione sociale, dove tutto è criminalizzato e criminalizzabile, pur con ampi margini di manovra. Sono poche le sacche di resistenza rimaste, ed anche chi argomenta senza cedere alle violenze viene ridicolizzato e sminuito.
In genere, sono cose che precedono tempi duri. E ci siamo dentro con tutte le scarpe.
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