Le immagini giunte da Londra lo scorso fine settimana sono state dure da mandare giù. Circa 110 mila persone hanno partecipato ad una imponente manifestazione-protesta contro l’immigrazione (tutta, a prescindere), un numero enorme sopratutto se paragonato a quello della contro-manifestazione, che ha contato “appena” 5 mila partecipanti. L’evento è stato coperto da diversi liveblog, da cui si può evincere il tenore degli eventi (basti vedere quella maglietta Stop importing, start deporting che dice già tutto).
Potremmo declinare il tutto come un sabato fascista all’inglese, una giornata di sano cameratismo anglosassone dove centinaia di migliaia di persone hanno espresso la loro affinità con il nome dell’evento, Unite the Kingdom, che – ben si intende – si unisce bloccando l’immigrazione. Ma sbaglieremmo. La retorica anti-migrazionista era già alla base della Brexit, che oggi sappiamo basata su diverse bugie, e buona parte degli stessi problemi che si dovevano risolvere con l’uscita dall’Ue… ora sarebbero causati dai troppi migranti.
Londra è stata la mia casa per qualche anno, vissuto proprio fino al momento della Brexit. Londra non è quella manifestazione, e quella manifestazione non rappresenta Londra. Ma al contempo, rappresenta plasticamente il pensiero di tanti, tantissimi inglesi, indipendentemente da dove vivano. E dunque l’idea che hanno di sottomissione nei confronti degli “stranieri”. Che accomuna anche i più moderati ed i british più morigerati.
Proprio un nostro vicino di casa, in quel di John Ruskin Street, era un irriducibile “lion” come amava definirsi, presenza fissa del vicino Royal British Legin Pub che oggi scopro chiuso definitivamente. Posti molto particolari, questi: c’è scritto public bar sulla porta, ma per servirti ti chiedono il documento, e se non sei inglese non ti arriverà un bel niente se non qualche occhiataccia.
Ricordo ancora quando, una mattina, venendoci in contro, ci indicò un grosso container posizionato vicino casa. Ci disse che era per noi, e per tutti i migranti in generale, per riportarci a casa. Li per lì la prendemmo a ridere, e ne scrissi anche in un post del 2015. Erano i miei ultimi mesi in città, ed avevo assistito a numerosi episodi di razzismo non sempre violento, ma sempre palese. Razzismo che comprendeva sostanzialmente tutti, persino irlandesi e scozzesi.
Potremmo prenderlo come un fatto di costume, ma è ciò che portò alla vittoria della Brexit. Ed è ciò che oggi ha spinto 110 mila persone a manifestare “contro” l’immigrazione, qualsiasi cosa voglia dire. E si, la maggiornaza dei manifestanti erano maschi bianchi, ma non solo, presenti anche chissà quanti migranti oramai con documenti inglesi, figli di seconda o terza generazione, tutti uniti contro gli ultimi arrivati, imputati come la causa della decadenza del regno.
Sono immagini che fanno male, ma che sono figlie dei nostri tempi, dove si è perso il nesso causa-effetto e la relazione tra le cose, dove un imprenditore americano tenta di destabilizzare i governi di mezza europa in videodiretta, dove è in atto una regimentazione del pensiero che cavalca una retorica semplice e comprensibile: la causa del problema sono loro. E lo sono in tutte le economie occidentali, apparentemente. Non sia mai a mettere in discussione come stanno in piedi, queste economia occidentali…
Non so se gli inglesi riuscianno a riunire il loro regno, ma so che quello manifestato è un pensiero fin troppo comune, e che la normalizzazione del razzismo – perchè di questo si tratta – non porterà a nulla di buono.

Lascia un commento Annulla risposta