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Tropicalizzazione forzata

Qualche giorno fà leggevo del nuovo business riguardante la produzione di avocado nelle regioni del sud, ed in particolare in Sicilia. Un prodotto molto più redditizio rispetto agli attuali agrumenti, con differenze consistenti nei ricavi, che giustificherebbero investimenti milionari per stravolgere le colture tipiche della zona.

Già detta così, suona strano. Leggendo poi che si parla di start-up agricole, che ottengono finanziamenti milionari promettendo guadagni certi e stellari, la cosa puzza ancor di più. Ma tant’è: anche l’agricoltura è un mondo sporco, non sempre limpido e semplice come vogliamo credere.

La cosa che mi ha incuriosito, però, è un altra. Nell’articolo si parla di ingenti coltivazioni di avocado, attualmente “ferme” a 40 ettari ma con l’intenzione di espandersi fino a 300 ettari e più. Per questi 40 ettari sono già stati spesi oltre 400 mila euro in strutture, tubi, vasche di raccolta e così via… è chiaro che sia dunque un investimento a rendere, almeno nelle idee di chi lo ha fatto.

Ciò che non mi torna, è che l’avocado è una pianta che consuma molta acqua. Moltissima. Parliamo di circa 70 litri a frutto o 2.000 litri a pianta. Il tutto in una regione come la Sicilia che notoriamente ha problemi di siccità. Come si può conciliare questa coltura con questo contesto ambientale?

In teoria, non si protrebbe. Se parliamo in termini naturali, paliamo di un’abominio. Ma a chi importa? Il consumo di avocado in Italia è aumentato, le vendite segnano +28%, e produciamo solo il 5% di quello che consumiamo. Il margine di guadagno c’è tutto. Ed il margine ambientale?

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