La tendenza a curare le piante anche in contesti urbani era, almeno in Italia, un’ostinazione tipicamente meridionale. Dico era perchè è sempre meno frequente sentire di qualcuno che, nel tempo libero, si dedica “all’orto”, riferendosi a qualche pianta in vaso che viene ricambiata di anno in anno. A ben pensarci, questa è la cosa più lontana in assoluto da un orto, e potremmo considerarla, sostanzialmente, come una catena di produzione riservata oramai ad una ristrettissima cerchia di piante.
Ci avevo già pensato questa estate, e mi era venuta fuori questa cosa dell’orto inutile. Almeno dal punto di vista alimentare. Perchè il tutto si limita al gestire qualche pianta di odori, così come li chiamano nei supermercati, opportunamente sostituita non appena si secca visto anche il costo irrisorio con il quale si riesce a comprare pianta, terra e vasetto. E poi ci sono gli immancabili piparèddi, perchè che casa sarebbe senza almeno una pianta di peperoncini?
Poi però arriva l’autunno, e sbatti sempre con la solita considerazione: e cioè che tutto quello che hai coltivato serve a poco e niente. I peperoncini non ti sfamano, alcune piante sono destinate ad andare in riposo vegetativo, quello che si può seccare al sole d’estate è già in dispensa e tutto il resto dovrà essere congelato per non andare perso. Alcuni semi li ho già raccolti (chi li raccoglie più, i semi del basilico?) per il prossimo anno, perchè non tutte le piante supereranno l’inverno.
Più ci penso, più vorrei maggiore spazio da coltivare. Più terra. Ma è impossibile. L’orto vuole l’uomo morto, e forse questa parvenza di coltivazione può essere garantita solo da qualche pianta in vaso. Ma il vaso non è la terra, e se già è “inutile” impiegare 3/4 mesi per raccogliere un 300/400 grammi di peperoncini, ancor più inutile sarebbe stare appresso ad una pianta di melanzane, zucchine o cetrioli che poi fa uno o due frutti al massimo.
Certo non è tempo perso, perchè si capiscono i tempi della natura (pur “dopati” da terreni fertilizzati e piante ottimizzate), ma è doppiamente amaro: sia per la resa, sia per il dover spiegare, ogni sacrosanta volta, che per far fiorire una pianta di peperoncini ci può volere anche mezzo anno. E sentire dunque la canonica risposta: “E chi te lo fa fare? A sto punto me li compro“.

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