In questi giorni mi è stato riproposto di farmi una newsletter. È la seconda volta che capita nel corso dell’anno, solo questa volta non mi hanno consigliato di usare Substack, ma una piattaforma che non conoscevo, Behiiv. Inutile dire che c’ho dato un’occhiata, ma forse inizio ad essere troppo vecchio e non c’ho capito poi molto.
In pratica questo servizio va oltre la newsletter classica, e permette ai propri content creator di avere anche una pagina personale (una sorta di website, come lo chiamano loro stessi) ed una serie di strumenti di analisi e valutazione. Ci sono tre piani di abbonamento (uno gratuito) ed, ovviamente, si può monetizzare il proprio lavoro.
Una prima considerazione: fino a qualche anno fa c’era una differenza tra blogger e vlogger, ad esempio, ma anche tra copywriter e web editor. Adesso chi fa una una qualsiasi cosa è semplicemente un content creator, un’omologazione forzata che mette sullo stesso piano tanta bella gente (me compreso, ovviamente) e che annulla la competizione a favore di chi può pagare.
Non è il massimo. E non è il massimo neppure l’idea di dover farsi un nome a suon di sponsorizzazioni e pubblicità. Nè è il massimo questa perversione della monetizzazione ad ogni costo, che crea una grave distorsione nella percezione del guadagno e dell’accesso al denaro. Accesso che è sempre più difficile nel mondo del lavoro tradizionale, ma che è una mera illusione su questi sistemi.
E poi, questa montetizzazione forzata anche dei nostri pensieri è una forma estrema di capitalismo, che cerca di replicare i modelli già imposti per tutta un altra serie di settori anche al dibattito. Produrre articoli, post, commenti, impressioni… tutto questo non per far dialogare ma solo per “ampliare il proprio pubblico”, per guadagnarci qualche spicciolo.
Una tendenza che vedo diffondersi anche dalle nostre parti, e che ci americanizzerà del tutto.
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