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Scrivere (e leggere) pesante

In queste settimane sto recuperando la lettura degli scritti di Pasolini, seguendo una collana dedicata. Non avevo mai letto nulla, di Pasolini, e ad oggi posso dire di non aver mai visto neppure un suo film per intero, ad esclusione di qualche spezzone od intervista che mi interessava. Certo, in parte lo si studia a scuola, ma non è mai la stessa cosa.

Posso dire di aver compreso sin da subito il perchè di alcuni suoi soprannomi – come l’eretico – ma una cosa, di sicuro, non mel’aspettavo: lo stile pesante, incredibilmente ripetitivo ed al limite del paranoico, con la continua ripetizione ed una estenuante sottolineature dei concetti espressi.

Ogni 3/4 pagine sembra di averne letta mezza, a furia di ritrovarsi a nuotare tra un “clerico-fascista” ed un “jeans jesus”. Certo, erano altri tempi, altri stili: ma non so perchè, mi aspettavo una scrittura fluida, leggera, veloce. Quasi corsara, mi vien da dire. La critica al consumismo, alla società dei consumi, alla realtà industriale irreale dell’Italia di quegli anni… ecco, queste sì sono cose che andrebbero studiate a scuola.

Ad ogni modo, il suo leggere queste critiche oramai fuori dal tempo, mi danno una consapevolezza che prima non avevo: tutta la fatica che faccio a leggere questi suoi scritti la farà anche chi proverà a leggere ciò che sto scrivendo, tra cinquant’anni. Sempre che rimanga traccia di qualcosa, ovviamente.

Sebbene si dica che verba volant mentre scripta manent, rimane con loro anche un grande senso di spaesamento nel rileggerli a distanza di così tanti anni. Non un lavoro inutile, ma poco ci manca.

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