È quello che usiamo tutti i giorni e conosciamo come internet. Un vero e proprio pilastro della nostra quotidianità – nel bene e nel male – che nelle ultime settimane si sta riscoprendo fragile e delicato, ecosistema vulnerabile e cagionevole, e che in un solo anno ci ha messo di fronte a due esempi di crash notevoli e, per certi versi, inediti: quello di AWS e quello di Cloudflare.
Del primo (del quale forse scrissi anche qualcosa al tempo) mi interessò relativamente poco, mentre del secondo me ne interessa un po’ di più, dato che sul servizio si appoggia anche il portale della mia testata. La problematica del 19 novembre scorso ci ha causato non pochi problemi, e non solo a noi ovviamente: ha di fatto bloccato un pezzo di internet, con tutte le conseguenze del caso.
È dunque inevitabile fare mente locale, come stanno facendo in molti, e chiedersi: ma ci serve davvero tutto questo? E non i riferisco all’internet in sè, ma a tutti questi servizi di aziende monolitiche, che ci vendono sicurezza e stabilità e poi, a danno fatto, non si ritengono responsabili di nulla.
Il down di Cloudflare ha fatto crollare molti portali nazionali, anche locali, rendendo di fatto inaccessibili siti che invece si affidano al servizio proprio per essere sempre online. Una beffa, che abbiamo pagato tutti. Sul problema non c’è ancora chiarezza, mentre dovremmo fare chiarezza anche su altri aspetti, uno su tutti la dipendenza da questi servizi accentratori.
Più diventano grandi, più sono fragili. Più si estendono, più si rallentano. Più si aprono a nuovi utenti, più si complicano. Non c’è via d’uscita. E tutto ciò, lo accettiamo “solo” per guadagnare un mezzo secondo di tempo nell’apertura di un sito web. Ma ne vale davvero la pena?
Lascia un commento Annulla risposta