Negli ultimi mesi ho ritrovato un po’ di soddisfazione in ciò che faccio. Scrivere, sostanzialmente. Sono riuscito a pubblicare qualcosa qua e la, riesco a fare qualche commento e mi sto persino riavvicinando alle piattaforme social (rimanendo nel campo del fediverso). E sono sinceramente felice di aver trovato dei gruppi di discussione variegati ed assortiti, ma sopratutto disposti al confronto: merce rara di questi tempi.
Ultimamente, più di qualcuno mi ha dato un consiglio: fatti una newsletter. Non scrivere solo sul tuo blog, ma sposta anche qualcosa altrove, su Substack sopratutto, dove oggi “ci sono tutti quelli che contano”. L’idea mi stuzzica. Mi attira. Ma la domanda di fondo è una sola: perchè dovrei?
Per qualcuno (pochi) l’obietto è nobile, sensibilizzare, per altri (molti) è più prosaico, monetizzare. Potrei dare un colpo sia al cerchio che alla botte, e dire che in fondo non c’è niente di male in nessuna delle due circostanze. Ma questa rincorsa ad essere degli influencer-del-pensiero non è molto diversa dalla ricorsa alle “video-star” di Tik Tok.
Non sono un esperto, non ho titoli e competenze specifiche per risolvere i problemi del mondo. Certo, ho le mie idee. Sostengo questa o quella causa. Ma quello che è un commento non può essere scambiato per un filone di pensiero: al contrario, sono i commenti (come i miei, e quelli di tanta altra gente) che rientrano nelle aree di pensiero che oggi si cerca di colonizzare, polarizzare e monetizzare.
Più che la rincorsa al megafono sociale, oggi serve maggiore dibattito. Maggiore confronto. Non so se le newsletter aiutino in questo senso, e sinceramente non credo. Sono canali di comunicazione monodirezionali, come questo blog, dove io dico quello che mi pare e chi vuole può commentare sotto. Sono utili, certo, ma rischiano di essere un feed come quello dei social, sterile ed arido di contenuti, zeppo di autoreferenzialità e frasi ad effetto.
Forse un giorno avrò la mia newsletter. Chi può dirlo. Ma credo che continuerò a farmi bastare questo blog.
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