Skip to content

Briganteggiando

Il blog di Francesco Placco

Fuori luogo

Francesco Placco

Non ho una cultura musicale degna di questo nome. Oramai non posso far altro che ammetterlo, all’età che ho non conosco la quasi totalità della musita italiana (la mia ragazza a confronto sembra un jukebox) ad esclusione di qualche titolo supernoto, di quelli che passano in continuazione in radio, il cui ascolto – sporadicissimo – si limita solo a due emittenti (in base a quale prende mentre guido).

Non va meglio con la musica internazionale. Le hit saranno anche le hit, ma chissà quante me ne mancano e chissà quante ne esistono. Certo, non sto proprio a terra, ma tanti, troppi generi musicali sono e restano un mistero, così come i nomi ed i volti dei loro protagonisti. In altri casi, conosco i protagonisti ma non la loro musica.

E va ancora peggio quando ci si addentra in generi particolari, meno ascoltati dal grande pubblico di cui inevitabilmente faccio parte. In questi giorni mi è capitato di presenziare ad un festival di musica jazz, dove ho potuto dimostrare platealmente la mia ignoranza: incapacità a distinguere un tango da una salsa, un richiamo alla musica classica o a pezzi storici del culto musicale, e non solo.

Un’altra cosa che non ho capito – e proprio non ci riesco – è stato il coinvolgimento del pubblico. Una cosa bella da vedere ovviamente, ma indecifrabile per un profano come il sottoscritto. Ma non tanto perchè mi aspettavo di vedere gente in estasi che crollava a terra ad ogni virtuosismo d’arpa, violino o pianoforte. Non mi aspettavo che sembrasse un karaoke qualunque, volendo essere un po’ dissacranti.

Ad esempio, una applauditissima e coinvolgente esibizione è assomigliata molto a ciò che si vede nei locali del lungomare il sabato sera. Gli spettatori in piedi ad intonare a squarciagola vooolaaareee, oh oh per poi passare repentinamente a ricordarsi la parte iniziale di Guantanamena (oramai svuotata del suo senso politico) tra un “balletto” e qualche giravolta, tra applausi ed incitazioni.

Sembrava un po’ come quelle serate revival (si dice ancora così?) che fanno nelle discoteche, quando ti ripropongono “il meglio” degli anni 70, 80, 90… ma guai a dirlo, che il jazz è una cosa seria, ed è facile che qualcuno si offenda al punto di dirti che quello che non ci capisce niente sei tu.

Ed in questo caso, è proprio vero: quello a non capire sono io. E tanto in discoteca quanto al concerto jazz, resto un pesce fuor d’acqua.

  • Share on Bluesky
  • Condividi su Facebook
  • Condividi su X
  • Share on Threads
  • Condividi su LinkedIn
  • Condividi su Reddit
  • Condividi su Tumblr
  • Condividi su Pinterest
  • Condividi su Flipboard
  • Condividi su WhatsApp
  • Condividi su Telegram
  • Condividi su Pocket
  • Spedisci questa pagina via email

Categorie:

Diario

Etichette:

Musica, Personale

Pubblicato il:

16 Agosto 2025

Successivo:

Tragedie e farse

Precedente:

Non sono broccoli

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

  • Info
  • Lavoro
  • Pubblicazioni
  • Progetti
  • Copyleft
  • Privacy

WordPress · Hola