Quando Papa Gregorio IV istituì formalmente la celebrazione di Ognissanti, nell’840 d.C., in tutto il mondo conosciuto si svolgevano già diverse celebrazioni a memoria dei defunti. Celebrazioni pubbliche, come accadeva nel mondo antico, dove in alcune date prestabilite si celebravano tutti i defunti collettivamente, ma anche celebrazioni private, riservate al culto familiare o ai defunti più stretti (amici, conoscenti, compagni, amanti, commilitoni e così via).

Alcune usanza di quei tempi remoti sono sopravvissute fino ai giorni nostri. Ad esempio, gli antichi greci in occasione delle Antesterie pare offrissero a Dionisio dei cùccumi e delle pignàte con dei ceci cucinati, o comunque che consumassero questo pasto assieme, in famiglia durante le celebrazioni. Questa tradizione, almeno in Calabria, è sopravvissuta ed esiste ancora oggi, anche se è difficile dire quanto sia diffusa: il 2 novembre si mangiava solo ceci e castagne, detti anche carne e pane, semplicemente cucinati o arrostiti al fuoco.

Altra usanza proveniente dall’antica grecia parlava di un altro legume, le fave, collegate direttamente al mondo dei morti per via del loro fiore (un po’ nero) e del loro stelo. I greci credevano che le fave arrivassero da un’isola sperduta dalla quale era possibile raggiungere l’Ade, e sebbene fossero comunemente utilizzate nella cucina tradizionale in diverse regioni elleniche erano considerate un alimento dedicato ai morti, e quindi da usare per preparare piatti rituali ai defuni o durante le celebrazioni a loro dedicate.

Lo stesso Pitagora pare fosse particolarmente avverso al legume, e sul perché esistono moltissime teorie, alcune decisamente bizzarre. Tuttavia, in alcune zone d’Italia si continua a consumare un dolcetto noto come fava dei morti, diffuso anche nel resto del centro-sud ma non particolarmente in Calabria, dove l’influenza del filosofo e degli scritti a lui collegati hanno portato ad una sorta di stigmatizzazione del legume. Oggi infatti le fave, intese come piatto tipico dei morti, si usano solo in alcuni comuni arbereshe o comunque dell’alto Pollino, mentre nel resto della regione prevale – laddove si usa ancora – l’uso dei ceci.

Una tradizione invece più recente, ed anche molto più diffusa, è quella del cero. La notte dell’1 e del 2 novembre bisogna lasciare una candela accesa al di sotto di una finestra, che permetterebbe, secondo un’usanza che è difficile datare storicamente, di “indicare la via” agli spiriti dei nostri defunti. Secondo quanto tramandato, in queste notti gli spiriti “escono” e girano nei luoghi delle loro memorie, ma avrebbero bisogno dell’indicazione data da una candela accesa per ritrovare la propria casa.

In Calabria si registrano anche ulteriori “attenzioni” nei confronti dei propri cari. Ad esempio, oltre al cero acceso, si aveva premura di lasciare anche del cibo in tavola, e di alzarsi all’alba perché, dopo una nottata, gli spiriti avevano bisogno di usare il letto per riposarsi. Tutto ciò accadeva l’1 novembre, mentre nella notte del 2 novembre avverrebbe il procedimento inverso, ossia il ritorno degli spiriti al cimitero, da concludersi con la visita dei vivi per la deposizione di fiori. Così si concludeva il “ciclo” rituale, mantenuto anche con l’avvento della religione e verificato in quasi tutte le regioni d’Italia, finanche in altri paesi.

Successivamente, la commemorazione con il cero è stata sostituita dal lumino, sempre acceso con vicino le foto dei defunti cari. Ma entrambe le tradizioni si stanno perdendo, sia per la diversa concezione della morte che abbiamo oggi, sia per il diverso rapporto maturato nei confronti del lutto e dei defunti. È difficile trovare chi posiziona una candela, sebbene l’uso sia testimoniato in tutta la Calabria.

Insomma, oggi non sembra restare molto, a parte l’affannoso giro al cimitero che un po’ tutti compiono in questa settimana.

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