Con oggi si è conclusa la mia breve – anzi, brevissima – esperienza come lavoratore agricolo. Esperienza diretta per documentare alcuni meccanismi che regolano (in malo modo) il lavoro stagionale, visto che ormai è una gara a chi urla più forte che non si trova personale.

Lavoro stagionale spesso fa rima con somministrazione. Somministrazione invece equivale a dire che dopo un breve contratto iniziale a norma di legge, devi accettare le condizioni imposte dall’azienda se vuoi continuare a lavorare per il resto della stagione.

Nel mio caso, il contratto proposto dall’agenzia del lavoro era della durata di soli due giorni, al termine dei quali sarebbe subentrato il contratto di lavoro privato. Inutile dire che nessuno ha minimamente parlato di prosieguo lavorativo: il trucco sta proprio qui, le aziende sfruttano queste somministrazioni brevi per cambiare costantemente personale, avendo così una continua rotazione di manodopera nel  nel periodo di lavoro.

Nell’arco dei due giorni infatti il personale al lavoro in serra (che poi non erano serre, e ad averlo fatto notare non ne ho di certo guadagnato) è cambiato, e c’erano ragazzi e ragazze diverse tutte al “primo giorno”. In pochi erano quelli al lavoro da più di una settimana, ad esclusione delle squadre straniere: bulgari, romeni, pakistani e così via.

Il lavoro è di natura stagionale, e proseguirà fino a metà luglio. Orari? Da contratto 7:00-13:00 e 13:30-15:30, ma in realtà vi chiederanno di fare dalle 5:00 alle 13:00. Paga? Da contratto 7,65 euro lordi all’ora (dunque oltre 61 euro lordi per le otto ore), che si trasforma in un “poi vediamo forfettario a giornata. E se non ti sta bene, l’agenzia per il lavoro troverà qualcun altro.

Questa la condizione per chi si espone per un lavoro stagionale. Ora ditemi: vale la pena lavorare così?

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