Anni fa, nel periodo del primo lockdown, ricordo di un noto medico crotonese che si ostinava a fare una corsetta sul lungomare nonostante fosse stato chiesto a tutti di rimanere in casa. Veniva fermato spesso dai poliziotti, anche se correva sulla spiaggia, ed è stato multato più volte (vai poi a sapere se ha pagato). In un caso, si mise ad urlare così forte che ci affacciammo in molti da casa, poichè ripeteva di essere un medico, che tutti lo conoscevano, e che una multa a lui, in prima fila per contrastare il covid, era il colmo dei colmi.
Un siparietto che mi è rivenuto in mente rivedendo le immagini del fermo del collega Gabriele Carchidi, bloccato per le vie di Cosenza mentre faceva, anche lui, una corsetta. Il video ha iniziato a girare molto già ieri pomeriggio, ma oggi la questione è diventata una notizia di portata nazionale, con servizi sui principali quotidiani e persino in qualche programma.
Il coro è abbastanza unanime: si parla di “attacco alla liberà di stampa” o “aggressione indiscriminata” ad un giornalista. Qualcuno c’ha costruito un pezzo sulla “repressione di Stato” voluta dal Governo (!), altri un caso di intimidazione mirata. La lista forse è più ampia, ma trascende da un dettaglio fondamentale: stava facendo jogging. Una cosa molto diversa dall’attività giornalistica.
D’altra parte è lo stesso direttore ad affermare beatamente di essersi rifiutato di mostrare i documenti agli agenti che lo avevano fermato. E che anzichè collaborare, ha persino tentato di continuare come se nulla fosse la sua corsetta. Circostanza che, come i giornalisti sanno per via dei numerosi fatti di cronaca che trattano, configura un reato specifico: resistenza a pubblico ufficiale.
Essere fermati senza alcun motivo dalle forze dell’ordine (che possono farlo anche se cammini a piedi, ovviamente) non è piacevole, sopratutto se non si fa nulla di chè. Ma è altrettanto ovvio che le forze dell’ordine fanno il loro lavoro, e se ritengono di fermarti perchè in quel momento gli pari sospetto, rientra perfettamente nelle loro facoltà. Non si può rifiutare l’identificazione, per quanto – certe volte – questa possa essere pretestuosa.
Il siparietto sulla vicenda dunque non è una causa dell’accaduto. Il vero caso sarebbe scoppiato nel caso in cui Carchidi fosse stato bloccato in quel modo anche dopo l’identificazione, senza aver fatto nulla. Non è da escludere dunque che il giovane agente non lo abbia riconosciuto e dunque trattato come un qualunque altro povero disgraziato. Invece l’identificazione è avvenuta solo dopo, in commissariato.
Dispiace che si parli di questa storia come di un “attacco alla stampa”, e non semplicemente come di un comportamento inopportuno da parte di un soggetto sui generìs. Perchè la professione non può essere un alibi, o quanto meno non sempre. E questo, evidentemente, non è il caso.
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