Questa mattina mi è capitato di dare una notizia oramai scontata, riguardante la continua ed inevitabile fuga di giovani del sud Italia. A fare i conti, questa volta, un rapporto di Confcooperative, che stima una perdita netta di circa 200 mila giovani ogni anno, tutti “emigrati” da una Regione del sud verso il centro-nord Italia, o verso l’estero. Numero più numero meno, la cifra complessiva è grossomodo quella in quasi tutti i report pubblicati, e la prendiamo per valida pur essendo, evidentemente, una stima.
A differenza degli altri rapporti, però, in questo studio si cerca di quantificare il costo di queste perdite. Viene infatti messo nero su bianco che questi 200 mila poveri cristi che se ne vanno a lavorare altrovre equivalgono ad una “perdita” di oltre 4 miliardi di euro in capitale umano. Una cifra aberrante ma sopratutto volgare, che fa il gioco dell’economia moderna basata su certi conti.
E mi spiego meglio: quantificare il valore di un emigrato in base al suo titolo di studio (e quindi, calcolandoci dentro i presunti costi sostenuti per le spese universitarie, ma anche i presunti guadagni “dovuti” alla professione desiderata) è un ragionamento classista. Si continua nell’errata narrazione dei “cervelli in fuga”, che ovviamente ci sono, ma non sono la maggioranza degli emigranti. Ed in ogni caso, non è assolutamente certo che un laureato in legge o medicina, stabilitosi a Roma, a Milano o a Berlino, finisca a fare realmente ciò a cui aspira.
È, in altri termini, un calcolo campato in aria. Un po’ come se volessi cercare di definire il valore della mia auto sommandoci dentro il costo di ogni oggetto che ho aquistato, dal tappetino nuovo all’arbre magique. Ed è un conto che non sta in piedi, perchè il danno sociale nelle realtà meridionali è ben più alto in quanto non tiene conto che tutta questa gente che emigra inevitabilmente contribuisce allo spopolamento che è una problematica endemia e mai risolta dell’Italia meridionale.
L’obiettivo del rapporto è ovviamente nobile, ma inefficace. Non è evideziando certi numeri che qualcuno si scandalizzerà, perchè di fondo non frega niente a nessuno. L’economia – capitalista e predatoria, nei sensi negativi di entrambi i termini – tiene banco, ed ormai, tanto nel privato quanto nel pubblico, ognuno cerca un riparo sicuro per uno stipendio minimo. Perseverare la narrazione dei “cervelli in fuga” è un modo per ignorare il problema: che è e resta l’emigrazione di massa.
Guardare solo ai “lavoratori qualificati” (qualsiasi cosa voglia dire oggigiorno) vuol dire escludere tutti gli altri.
Lascia un commento Annulla risposta