Due notizie degne di nota, oggi, per scostarci un po’ dal violento e perdurante maltempo che ci sta prendendo a schiaffi dall’inizio dell’anno. La prima, pubblicata dall’Ordine dei Giornalisti, è una critica alla proposta sull’equo compenso avanzata dalla FIEG, che avrebbe addirittura abbassato le retribuzioni minime da 20,83€ a 17,25€ a pezzo. La seconda, invece, rilanciata da Il Post, è una multa da 8 milioni a due editori nazionali per il mancato versamento di contributi ai giornalisti, assunti con contratti definiti “scorretti”.
È tutto sommato una buona sintesi del mondo del giornalismo italiano. Da una parte ci sono le buone e sacrosante intenzione di ordine e sigle, che da anni puntano ad un miglioramento della condizione dei giornalisti. Dall’altra c’è un’imprenditoria corsara che può vantare una notevole quantità di manodopera e che non ci pensa due volte a sfruttare cavilli ed escamotàge per “risparmiare” (purtroppo il concetto di plusvalore ormai è demodè).
Nel mezzo, però, ci siamo noi, che di fronte a queste due notizie restiamo un po’ interdetti. Perchè mentre qualcuno accusa i due gruppi editoriali di “sfruttamento”, io mio chiedo: uno stipendio da 1.628 euro lordi (circa 1200 euro netti) è uno stipendio da sfruttamento? E mi chiedo sopratutto: ma quanti colleghi vedono queste cifre, in Italia? Ed in Calabria?
Ovviamente, come ogni lavoratore di questo mondo, sono d’accordo all’idea di aumentare lo stipendio della propria categoria. Di vederlo lievitare ai 2.693 euro (sempre lordi) previsti dal principale contratto giornalistico. Ma anche qui mi chiedo in quanti siano a percepire realmente queste cifre, al di fuori di poche e privilegiate – anzi, privilegiatissime! – redazioni nazionali.
Al contempo, mentre ci si batte per uno stipendio equo, nel testo proposto dall’Ordine (e sostenuto da INPGI e FNSI), leggiamo che i compensi proposti vanno: “dai 130 ai 170 euro al giorno e dai 65 agli 84 euro per la mezza giornata – per l’inquadramento nazionale – ; per l’emittenza locale: dagli 86 ai 94 euro fino ai 119, dai 44 euro ai 62 per la mezza giornata; nelle testate locali online e nei periodici: dai 52,50 euro ai 262,50 euro per i mensili“.
Criticare la logica del pagamento “a pezzo” è giusto, ma neppure 265 euro al mese possono essere definiti equi. Perchè se c’è un fattore che allontana dal giornalismo, è proprio questo sfruttamento sistematico dei collaboratori: da una parte di paga poco chi deve girare tutto il giorno alla ricerca di notizie, dall’altre si sottopaga anche chi aggiorna i portali. Andrà a finire che proporranno di usare l’intelligenza artificiale, per risparmiare ancora di più.
Resta poi il nodo della sostenibilità economica di tutto questo sistema, che si basa sempre più su fondi e patrimoni privati e non più su abbonati e sottoscrittori. Posizione che indebolisce ulteriormente ogni contrattazione, sopratutto nelle piccole realtà locali (quelle più penalizzate). Ma qui entriamo in un altro discorso, il classico “elefante nella stanza” che non vediamo pur avendolo davanti.

