In queste settimane il dibattito sul controllo tecnologico si è risvegliato. I dubbi sulla gestione monopolistica di una cosa come l’internet ed i suoi servizi, il fatto che dipendiamo – de facto – da una manciata di aziende che detengono la quasi totalità dei servizi che usiamo ogni giorno, e, non da ultimo, i legittimi dubbi sul predominio americano, in tempi in cui le ritorsioni agli stati europei si incentrano anche (se non sopratutto) sulle minacce di natura tecnologica.
Lo avevamo già visto, seppur parzialmente, con il controllo diretto della rete satellitare Starlink in Ucraina, prima promessa, poi revocata, infine concessa a specifiche condizioni e sempre suscettibile degli umori d’oltre oceano. In ambito più specifico, fecero scalpore i timori dello scorso anno circa la possibilità di “spegnere” da remoto degli aerei da guerra, eventualità successivamente ridimensionata ma non smentita. Più prosaicamente, anche il nostro accesso ad internet quotidiano è sostanzialmente condizionato da un solo paese (quante mail perderemmo se si fermasse gmail?).
Una soluzione a questo scenario non c’è. O comunque, non c’è una “bacchetta magica” che ci permetta di invertire da un giorno all’altro la situazione. Il predominio tecnologico americano si è radicato in questo primo quarto di secolo, e sarà difficile scardinarlo nel breve termine. Ma delle alternative ci sono – alcune ci sono sempre state – e, indipendentemente dalla loro provenienza, potrebbero aiutarci a dipendere meno da un solo provider.
Negli ultimi anni si sono diffuse sempre più iniziative improntate ad incentivare l’uso di software “europeo”. Più che un semplice campanilismo, è un invito a spostare la propria presenza online su servizi del vecchio mondo. A non dipendere solo ed esclusivamente da quei due/tre brand che tutti conosciamo. Valutare alternative, usarle, farle crescere e diffonderle. Un progetto che ad oggi è guidato sopratutto da paesi come Francia e Germania, ma che vede sorprendenti novità anche dai paesi baltici e dall’est (sopratutto dalla Slovenia).
C’è un certo fermento nell’aria, ed è (forse davvero, per la prima volta) maturo a tal punto da rappresentare una vera alternativa. Un cambiamento che voglio cogliere e sfruttare, ritornando in quel mondo di alternative libere e comunitarie che abbandonai anni fa. Una scelta che, spero, sarà sempre più condivisa, pur avendo notevoli dubbi a riguardo.

