Nelle ultime settimane, ossia da quando buona parte dei portali d’informazione italiani ti obbligano ad accettare i rispettivi cookie o a sottoscrivere un’abbonamento, ho limitato fortemente il tempo speso a leggere notizie ed informazioni.

Non è una cosa bella da dire, perché questo si traduce in un rapido scorrimento di Google News e dunque nella mera lettura di titoli, buona solo a sapere cosa succede senza comprenderne alcun perché. Ma tanto mi basta, perché non sono disposto a cedere a quello che ho definito a più riprese come un ricatto.

Mentre il mondo sembra impazzito ed in fibrillazione per il futuro di Twitter, io ho imparato a farne a meno. E così lo stesso di Facebook, di Instagram, TikTok e tutte le altre fesserie del web. Si vive ugualmente. Ed ora posso dire lo stesso – purtroppo – anche per quanto riguarda i giornali nazionali.

Niente più giro di routine, niente più ore spese ad approfondire notizie. A distanza di poco meno di un mese, tutto ciò mi appare come inutile, dato che oramai la qualità offerta ai lettori è la stessa un po’ dovunque. Ogni avvenimento è riportato come un copia/incolla su una miriade di siti che vogliono essere pagati per farti leggere ciò che è di pubblico dominio.

Non è giusto. Non è corretto. Anche perché in Europa la maggior parte dei quotidiani internazionali non ti obbliga ad accettare i cookie, permettendoti di rifiutarli. Il fulcro del discorso sta tutto qui, nell’imposizione: accetta o abonati. Fatti profilare o paga.

Una linea incomprensibile, che deve portarci solo ad un sano detox da questa informazione tossica.

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